La grande ricchezza come responsabilità

Il voto del 30 novembre ha detto una cosa semplice ma decisiva: in Svizzera la giustizia sociale non si costruisce demonizzando la ricchezza. Un principio che ho ribadito anche martedì, intervenendo ad un panel di confronti all’Università della Svizzera italiana, e che ritrovo – con un’immagine efficace – anche nell’articolo di Riccardo Braglia sul Corriere del Ticino.

È un fatto che la concentrazione dei patrimoni sia in aumento, ma questo dato non va trasformato in un’arma ideologica. Va invece governato con intelligenza, stabilità delle regole e visione di lungo periodo, perché solo così la grande ricchezza può diventare una risorsa per il bene comune. Non un bersaglio simbolico o risorsa per populismi di varia natura, già fin troppo diffusi.

Ogni anno in Svizzera, attraverso successioni e donazioni, transitano circa 100 miliardi di franchi: una cifra superiore all’intero budget federale e quasi il doppio della spesa annua per l’AVS. È un fenomeno macroeconomico

di primo piano, che incide sulla solidità delle imprese, sulla continuità aziendale, sugli investimenti e, in ultima analisi, sulla tenuta dello Stato sociale.

Ma il punto centrale non è solo quantitativo. È culturale e politico. La ricchezza non è una colpa, ma non è nemmeno neutra. È una responsabilità: verso chi lavora, verso il territorio, verso le nuove generazioni. Per questo contrapporre «ricchi» e «poveri» è una scorciatoia pericolosa, che sposta il conflitto sul piano ideologico e alimenta polarizzazioni.

Nel solo 2023, lo 0,05% più abbiente ha versato oltre 5 miliardi di franchi tra imposte sul reddito e sulla sostanza. A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: la filantropia. La Svizzera è il Paese con il maggior numero di fondazioni pro capite al mondo. I patrimoni degli enti di pubblica utilità sono raddoppiati in dieci anni. Nel solo Ticino contiamo più di 800 fondazioni e 1.600 associazioni esenti che operano dove lo Stato non può arrivare.

Ecco perché il vero tema, dopo questo voto, non è «quanto colpire» la ricchezza, o respirare di sollievo e dimenticare tutto il resto, ma che rapporto vogliamo costruire con essa. Difendere la ricchezza produttiva non significa difendere privilegi. Significa difendere lavoro, investimenti, coesione sociale e futuro. E nello stesso tempo ribadire con chiarezza che a chi dispone di grandi mezzi corrisponde una responsabilità crescente verso la collettività.

È su questo equilibrio – tra libertà economica e responsabilità sociale – che si gioca davvero il futuro della Svizzera. E, almeno in parte, lo spazio della cultura liberale nella discussione pubblica.

Fonte: Il Corriere del Ticino – 5 dicembre 2025